Garibaldini in uniforme dall’Uruguay alle Argonne (1843-1915)

La mostra è stata inaugurata il 29 novembre 2024 con la partecipazione dei rievocatori di 8cento APS, associazione bolognese che si occupa di danza storica e rievocazioni storiche, che hanno creato quadri viventi legati alle immagini esposte.

Quando si parla di volontari garibaldini non si può fare a meno di pensare alle camicie rosse rese famose da narrazioni, film, canzoni, libri, e anche fumetti e feuilleton, per la verità in anni ormai lontani. Ma com’era questa “camicia rossa”? Innanzitutto, contrariamente a quanto si crede, non tutti la indossavano: infatti molti dei corpi, bande, legioni, colonne, brigate, compagnie e battaglioni che formavano i ranghi garibaldini indossavano uniformi proprie, fornite dai loro organizzatori, oppure dalle popolazioni delle località in cui questi reparti si formavano, o procurate autonomamente, o in diversi casi continuavano ad indossare gli abiti con cui erano partiti da casa. 

Dunque, sull’abbigliamento di questi corpi volontari influivano le necessità personali, la disponibilità finanziaria, la situazione contingente, il gusto personale e la “fantasia” di ogni volontario. Si può quindi affermare che gli uomini che tra il 1843 e il 1915 combatterono con Garibaldi o, dopo la sua morte, in nome degli intramontabili ideali garibaldini, nella maggior parte dei casi non avevano una “uniforme” propriamente detta: per uniforme si intende infatti un abbigliamento codificato, concepito secondo canoni regolamentati, descritto in appositi regolamenti a stampa. Per conoscere l’abbigliamento dei volontari invece è necessario ricorrere ad altre fonti: i reperti originali, ovvero le giubbe o camiciotti sopravvissuti alle ingiurie del tempo, e non utilizzati come abbigliamento funebre (era infatti molto diffuso il desiderio dei vecchi garibaldini di essere rivestiti con la camicia rossa al momento della sepoltura, spesso anche con le medaglie); l’iconografia pittorica e fotografica; le memorie di chi indossò quelle uniformi, ma anche documenti, relazioni, note spese dei patrioti… oltre alla “letteratura” degli studiosi del settore.

Nella mostra sono esposti disegni che ci mostrano Volontari e Volontarie (sì, le famose vivandiere!), che presero parte alle campagne garibaldine, dagli anni dell’America Latina passando per la Repubblica Romana, le guerre dell’Indipendenza nazionale, il conflitto franco-prussiano, la lotta per la libertà della Grecia, per concludersi con la spedizione nelle Argonne del 1914, all’esordio della Prima Guerra Mondiale.

Il curatore, e autore dei disegni, è Pietro Compagni, pittore, disegnatore ed ex docente di materie artistiche nei licei e istituti d’Arte, nativo della montagna fiorentina ma oramai “adottato” dalla Romagna (risiede e lavora infatti ad Alfonsine, in provincia di Ravenna, dove ha collaborato alla realizzazione del Museo della Battaglia del Senio, dedicato alla Seconda Guerra Mondiale ed alla lotta di Liberazione). Compagni è autore di decine e decine di pubblicazioni dedicate all’uniformologia e alla vessillologia italiana dal periodo napoleonico ad oggi, ed alla storia del costume. Realizza disegni tematici, cartoline, plastici, oggettistica, pubblicazioni e mostre, in collaborazione con Enti e case editrici specializzate, soprattutto come illustratore e consulente.

Le opere proposte in questa mostra sono il frutto di molti anni di pazienti ricerche e di un lavoro che non si è ancora concluso, lavoro che si è avvalso anche dei cimeli e delle fotografie originali del Museo del Risorgimento di Bologna, che in parte sono esposti accanto ai disegni, per un utile confronto.

Tra questi originali, le foto carte de visite di Enrico Bramadio, giovane di colore arruolato tra i volontari in Trentino nel 1866; di Milziade Neri, diciottenne bolognese inserito tra i Carabinieri genovesi, forse per la sua abilità nel tiro; di Quirico Filopanti, già ultracinquantenne, filosofo, astronomo, professore, visionario, uomo di cultura a tutto tondo, amico del generale Garibaldi, che lo definì “cavaliere dell’ideale” e con lui studiò e presentò in Parlamento un progetto per contenere le acque dei fiumi con le “paltelate”, sistema di irreggimentazione forse oggi da rivalutare; dei tre fratelli ferraresi Bruto, Vincenzo e Ippolito Leati (Vincenzo morì a vent’anni nel 1866 proprio per le ferite riportate nella battaglia di Bezzecca), dei fratelli Eugenio e Angelo Rosa di Bergamo che seguirono i fratelli Cairoli nel fallito tentativo di entrare in Roma nell’ottobre del 1867, e che, arrestati, furono chiusi a Castel Sant’Angelo…

Vengono anche esposte alcune delle circa 40 uniformi garibaldine conservate nei magazzini del Museo felsineo, che vedono la luce proprio in occasione di esposizioni temporanee (pochissime sono esposte permanentemente, in considerazione del ridotto spazio a disposizione del Museo): tra queste anche il camiciotto utilizzato da Filopanti in occasione della Terza Guerra di Indipendenza del 1866, di cui fu promotore e attivissimo “arruolatore” a Bologna (nei registri degli arruolamenti, che raccolgono quasi duemila nomi di giovani presentatisi in meno di una settimana, il primo nome che figura è proprio il suo); la tunica che il medicinese Ignazio Simoni utilizzò alla Battaglia del Volturno nel 1860; la tunica da maggiore appartenuta a Vincenzo Caldesi, il “Leon di Romagna” di carducciana memoria, da lui indossata nel 1866; la carabina federale svizzera mod. 1851, fucile noto per la sua precisione, particolarmente diffuso presso i membri delle Società di Tiro, appartenuta al già citato Milziade Neri; copricapi e altro ancora.

Di particolare interesse il focus dedicato alla giubba appartenuta al bolognese Primo Baroni, appartenente al Reggimento guidato da Vincenzo Malenchini, studiato per la prima volta diversi anni fa da Andrea Viotti. Non viene esposta per le sue precarie condizioni di conservazione, ma ad essa è dedicato non solo un disegno di Compagni, ma un intero pannello: si tratta infatti dell’unico esemplare rimasto di uniforme garibaldina color caffè, che venne indossata da alcuni corpi di volontari che nel 1860 arrivarono in Sicilia aggiungendosi ai più celebri Mille. Il camiciotto ha un’ampia bordatura rossa allo sparato anteriore e al bavero, piccoli bottoni semisferici, filettature rosse alle manopole, e comprende una borsetta in cuoio. Nella parte inferiore presenta un buco causato dal proiettile da cui fu colpito Baroni in quel conflitto, buco che lui stesso provvide a “decorare” con un piccolo festone in carta per evidenziarne la posizione.

Per poter salvare questa preziosa uniforme ed eventualmente esporla in altra occasione, in concomitanza con la mostra è stata avviata una campagna di raccolta fondi per il restauro, utilizzando le possibilità offerte dall’Art bonus (per eventuali informazioni scrivere a: museorisorgimento@comune.bologna.it).

Mirtide Gavelli

Garibaldini in uniforme dall’Uruguay alle Argonne (1843-1915)

Mostra a cura di Pietro Compagni

Bologna, Museo civico del Risorgimento, Piazza Carducci 5

30 novembre 2024 | 9 febbraio 2025